Quali sono le skills digitali più richieste oggi?

skills digitali

Nella ricerca di nuovo personale sempre più aziende sono alla ricerca di alcune skills digitali particolati. Ci avevate mai pensato? E sapete perchè? Ormai il successo di una azienda non è più determinato dal numero di specialisti al suo interno. L’azienda ideale non è quella che ospita persone che hanno una preparazione verticale. Per professionalità di questo tipo si ricorre in situazioni particolari, per progetti specifici e periodi di tempo delimitati. Al contrario sempre più aziende stanno capendo che è più importante che i nuovi dipendenti siano interdisciplinari. O meglio che abbiano una preparazione trasversale e delle soft skill ben marcate. Qualunque sia il lavoro specifico per cui ci sia candidati, i selezionatori cercheranno un set di competenze più ampio. Le digital skill stanno sempre di più assumendo un ruolo di primo piano nel processo di selezione dei candidati.

 

Il 70% delle skills oggi richieste non erano nemmeno presenti nei libri di scuola 10 anni fa.

 

Skills digitali n.1 – PROGRAMMAZIONE E SVILUPPO WEB E APP

Il cuore di qualsiasi prodotto tecnologico o servizio digitale è la programmazione. I linguaggi di base che necessitano la maggior parte delle posizioni di programmazione includono Bootstrap, Java Script, Angular e ReactJS. Avere un portafoglio di progetti che dimostrano le capacità di programmazione può anche aiutare a convalidare le proprie conoscenze e competenze e conquistare il ruolo dei sogni. Esperienze di sviluppo web mobile e reattivo daranno un vantaggio notevole rispetto ad altri candidati.

Con molte grandi aziende che creano le proprie app e molte startup incentrate sullo sviluppo di app, qualsiasi esperienza nel creare e/o programmare app è molto apprezzata. Il fatto che un candidato sia in grado di combinare elementi di programmazione e sviluppo web è un ulteriore vantaggio.

Skills digitali n. 2 – DIGITAL DESIGN

Siti web, app e servizi digitali hanno una cosa in comune. Un’interfaccia utente. Qualsiasi progettista con esperienza nella creazione di esperienze utente efficaci e dinamiche sarà molto richiesto dalla maggior parte delle aziende.

Skills digitali n. 3 – PROJECT MANAGEMENT

Il project management non è auspicabile esclusivamente per le società tecnologiche, ma è una parte vitale dello sviluppo di prodotti e servizi digitali. La comprensione di una serie di metodologie come SCRUM e AGILE renderà il CV molto più appetibile.

Skills digitali n. 4 – PRODUCT MANAGEMENT

Un’altra competenza che non è esclusiva dello sviluppo del software, ma che è comunque particolarmente utile è la gestione dei prodotti. In particolare, i servizi software devono disporre di un piano di gestione del ciclo di vita. La continua crescita di software come servizi renderà la gestione dei prodotti sempre più parte integrante delle mansioni professionali.

Skills digitali n. 5 – DIGITAL MARKETING E SOCIAL MEDIA

Per promuovere i loro prodotti e servizi, le aziende guardano sempre di più al marketing digitale. La comprensione di come ottenere il miglior rapporto qualità-prezzo dalla più ampia gamma di reti sarà fondamentale.

Secondo uno studio recente, ci sono 2,7 miliardi di utenti di social media attivi in tutto il mondo. Di questi, 2,5 miliardi sono utenti attivi su dispositivi mobili. Queste cifre mostrano un aumento del 30% degli utenti social mobili in un solo anno, che si prevede aumenterà di anno in anno.

La capacità di comprendere e utilizzare efficacemente i social media è un’abilità fondamentale che ogni professionista dovrebbe avere. Il social media marketing va oltre la pubblicazione di un tweet o di un aggiornamento di Facebook; si tratta di comprendere la relazione dinamica tra marchi, influencer e consumatori. Per dirla semplicemente, le aziende devono raggiungere i clienti in modi che indirizzano il traffico al loro sito web o al prodotto per una potenziale conversione.

I social media hanno permeato il tessuto della nostra società e sono diventati la principale fonte di comunicazione e flusso di informazioni tra creatori di contenuti e consumatori. Gli educatori che riconoscono l’influenza dei social media dovrebbero comprendere le complessità di ciascuna piattaforma e la sua influenza potenziale per massimizzare l’impegno della comunità al fine di fornire ai laureati preziosi e app

Le PR di oggi si svolgono quasi esclusivamente attraverso i social media. Twitter, Facebook, Reddit, Instagram e innumerevoli altre piattaforme offrono alle aziende tecnologiche un accesso diretto a clienti, opinion leader ed evangelisti. I migliori manager di PR sono i gestori dei social media.

Digital skill n. 6 – BIG DATA ANALYTICS

Le aziende raccolgono enormi quantità di dati che possono essere estremamente preziosi per loro se hanno un esperto di Analytics che può dare un senso a tutto questo.

Per prosperare nell’economia e nella società connessa, le digital skill devono funzionare insieme ad altre abilità, le soft skill. Come ad esempio una forte alfabetizzazione e abilità di calcolo, un pensiero critico e innovativo, una complessa risoluzione dei problemi, una capacità di collaborazione e abilità socio-emotive.

Nonostante il 95% della popolazione globale viva in un’area coperta da almeno una rete mobile 2G e che la rapida crescita dell’accesso a internet e della connettività abbia spianato la strada allo sviluppo di un’economia digitale in tutto  il mondo, esistono ancora gravi disparità a causa della mancanza di competenze digitali, sia nei paesi sviluppati, che in quelli in via di sviluppo.

Outsourcing della sicurezza IT: cosa manca

outsourcing sicurezza IT

Lo sforzo che le aziende devono sostenere per garantire la sicurezza dei propri sistemi informativi e dei propri dati è sempre più articolato e gravoso. Una soluzione è di rivolgersi a un fornitore di servizi di sicurezza gestiti. Ma scegliere un fornitore esterno non è un compito facile. Ecco quali aspetti valutare prima di passare all’outsourcing

Nel 2016, secondo i dati forniti dall’Osservatorio Information Security & Privacy della School of Management del Politecnico di Milano, la spesa per soluzioni di information security in Italia è stata di poco inferiore al miliardo di euro (972 milioni di euro), in crescita del 5% rispetto al 2015. A spendere di più sono le grandi imprese (74% del totale). Che investono in servizi di integrazione IT e consulenza (29%), software (28%), tecnologia (28%), e managed service (15%). «Le medie e le grandi imprese che allocano risorse per la sicurezza sopra il 3% oscillano tra il doppio e il triplo della media del mercato, a ulteriore riprova che la percezione ha un impatto effettivo sulla disponibilità ad alimentare un budget» – ci dice Daniela Rao, senior research & consulting director di IDC Italia. Secondo i dati IDC, oltre il 18% del finance dichiara di destinare alla sicurezza sopra al 5% del budget IT generale. Altri invece, come il manifatturiero e la PA, dichiarano nel 50 e 60%, rispettivamente, dei casi di non disporre di un budget destinato in modo specifico alla security.

«La capacità di spesa sulla sicurezza IT mette in evidenza una situazione molto complessa, e sotto molti aspetti problematica, che attraversa l’intera geografia dell’Italia senza una caratterizzazione locale»

Anche per chi ha la possibilità di investire, la sicurezza rappresenta comunque una sfida. La principale problematica rimane la carenza di risorse finanziarie adeguate, evidenziata da quasi il 26% delle imprese, comprese anche le medie e le grandi, a riprova del fatto che si tratta di un problema di cultura ancora prima che di dimensione degli investimenti. Il 19% delle imprese però mette in evidenza anche altri fattori, come la carenza di risorse umane e di competenze, e la crescente complessità degli attacchi informatici (due aspetti più che mai correlati tra loro). Il 10% parla della carenza di supporto da parte del top e del senior management e circa l’8% di una scarsa cultura aziendale e una carenza di formazione tra gli utenti dei sistemi. «Alcuni comparti, come il finance, esprimono in modo particolarmente acceso la sensibilità verso il tema della complessità degli attacchi e della scarsità di risorse umane, insieme alla necessità di dare una gestione continuativa 24×7 della sicurezza e di dare una definizione stringente delle policy di sicurezza. Altri, come la PA, mettono più in evidenza le questioni legate alla cultura aziendale, a tutti i livelli, dal top management agli utenti, e il tema scottante delle risorse disponibili. Il Centro e il Sud/Isole mettono davanti a tutti i problemi la carenza delle risorse finanziare, il Nord Ovest la carenza di cultura tra gli utenti e il Nord Est la carenza di competenze e supporto manageriale».

DIFFICOLTÀ A MISURARE IL ROI DEI SERVIZI DI OUTSOURCING SICUREZZA IT

Esistono poi altri casi, più minoritari nel mercato, di imprese che pur spendendo in innovazione si trovano bloccate dalla capacità di esprimere una adeguata valutazione del ritorno degli investimenti in sicurezza; oppure si trovano di fronte ad altre priorità IT, come il miglioramento della qualità del servizio e dei tempi di erogazione, apparentemente poco coordinabili con l’implementazione di nuovi dispositivi di sicurezza. Il dato dolente resta però il fatto che una parte molto ampia del mercato italiano non dispone di alcun investimento specifico nella sicurezza IT. Con motivazioni diverse è possibile tratteggiare uno scenario che accomuna molte delle imprese che guardano con scetticismo allo spending in sicurezza. «Spesso si tratta di organizzazioni in cui l’IT non ha alcuna missione di innovazione aziendale, in cui persiste una cultura aziendale che non crede nella crescente complessità degli attacchi e che comunque non dispone delle risorse umane necessarie per valutarli o affrontarli. Né si pone il problema di dotarsene».

Diversa la situazione invece nelle imprese che dedicano una porzione, ancorché limitata, del proprio budget alla gestione della sicurezza IT. Si tratta di organizzazioni che percepiscono chiaramente il rischio IT e che hanno già subito qualche data breach, o hanno avuto modo di provare sulla propria pelle i costi legati al ripristino in sicurezza e operatività dei sistemi. «Imprese che percepiscono chiaramente la crescente complessità degli attacchi e sentono la necessità di affrontarli e gestirli con consapevolezza e senza facili automatismi. Per queste imprese – continua Daniela Rao – le soluzioni di security intelligence svolgono un ruolo essenziale per il monitoraggio dei sistemi, ma ritengono sia sempre indispensabile l’occhio vigile di qualche risorsa dedicata per assicurarsi che l’operatività dei processi IT proceda secondo i canoni della normalità». Secondo i dati forniti da IDC, alla fine di quest’anno il mercato dei servizi gestiti (core, advanced e complementary) raggiungerà un giro d’affari superiore ai 22 miliardi di dollari, in crescita di oltre il 10% rispetto all’anno precedente e sino al 2022 quando raggiungerà un volume pari a circa 32,2 miliardi di dollari con un CAGR per il quinquennio 2016-2021 attestato intorno al 10%.

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«Il security as a service non richiede l’installazione di appliance o soluzioni in house, e abbassa quindi la richiesta di investimenti iniziali, spostando tutta la spesa sull’OpEx» – spiega Daniela Rao di IDC Italia. «Le attività di security erogate in cloud possono essere indirizzate a utenti distribuiti (sedi remote, lavoratori in mobilità), mantenendo un controllo centralizzato, con vantaggi in termini di riduzione dei costi di gestione azzerando la spesa per hardware e software on premises». Chi acquista però deve saper individuare la soluzione più appropriata per il proprio business e più in generale i pro e i contro della scelta. IDC individua una serie di tendenze da valutare prima di effettuare delle scelte di investimento in sicurezza: costi, personale adeguato, servizi professionali, integrazione di strumenti, tecnologie e architetture.   Per i fornitori di servizi gestiti di sicurezza (MSSP), l’onere è di convincere le imprese della bontà dei servizi offerti all’altezza di un ampio ventaglio di esigenze. Servizi che siano il frutto di un’approfondita conoscenza del mercato. A partire dalla piena comprensione della percezione delle minacce da parte di prospect e clienti. Dato che può variare parecchio.

ASCOLTO E MONITORAGGIO

Secondo Giulio Vada, country manager di G DATA Italia, un MSSP si configura come un valido interlocutore se possiede requisiti come la competenza necessaria a interpretare correttamente le esigenze del committente. «Esigenze che devono trovare un riscontro anche nella proposta commerciale. In secondo luogo – prosegue Vada – l’MSSP deve avere la capacità di assicurare un livello di incident response e quindi SLA che garantiscano all’azienda finale il costante monitoraggio dell’infrastruttura e offrano strumenti attraverso cui reagire prontamente in caso di incidente o disservizio». Per Alberto Brera, country manager di Stormshield Italia – «gli MSSP oggi offrono la propria capacità di mettere in sicurezza le infrastrutture IT con strumenti sicuri e coerenti con le esigenze della clientela, la loro capacità di gestire questi strumenti e la propria disponibilità a supportare il processo di crescita culturale nelle aziende». E tutto questo – come rileva Valerio Rosano, country manager di Zyxel Italia – porta a un’evoluzione del modello di proposizione commerciale. «Il rivenditore/system integrator passa dalla modalità “break/fit” tipicamente reattiva, in pratica intervengo solo quando si concretizza il problema, a un servizio a fatturazione continuativa che opera affinché le problematiche tecniche non si verifichino».

Servizi rivolti ad aziende che percepiscono la sicurezza come processo costante e non come casella da “flaggare” non appena si acquista una qualsiasi soluzione antivirus. «Realtà che si rivolgono a nostri partner alla ricerca di soluzioni e servizi in grado di aiutarli a integrare la sicurezza nelle attività di risk management e tutela degli asset critici» – spiega Vada di G DATA Italia. «Realtà che hanno compreso che avvalersi di un mero antivirus non basta. E che sono alla ricerca di soluzioni che le proteggano da un lato contro minacce esterne e interne (fattore umano, abuso o uso inappropriato delle risorse aziendali) e che, dall’altro, le supportino nella gestione delle policy di sicurezza aziendali, nel monitoraggio dell’effettivo stato operativo dei dispositivi di rete e nel porre rimedio alle vulnerabilità dei sistemi attraverso un sistema di patch management intelligente. Una soluzione che consenta loro di gestire tutti questi aspetti della sicurezza centralmente e assicurare al contempo la compliance alle normative». PMI a caccia di servizi pacchettizzati in un’offerta unica. Offerta che in questo momento – secondo Mauro Cicognini, membro del comitato direttivo di CLUSIT – non sembra andare molto più in là di alcuni servizi di base. «Per una piccola azienda è molto complesso avere sufficiente consapevolezza del tema sicurezza, anche solo limitandosi a quegli aspetti che sono obbligatori per legge. E questo rende ancora più difficile per gli MSSP raccontare alla PMI la propria offerta, e farne percepire il valore».

L’ALIBI DEI COSTI

La convinzione dell’eccessiva onerosità dei costi di accesso ai servizi di sicurezza gestiti è diffusa soprattutto tra le piccole imprese. Parliamo di aziende che mal digeriscono la necessità di giustificare budget “gonfiati” per fare spazio alla sicurezza. Un problema acutizzato – oltre che dalla cronica mancanza di risorse – dalla difficoltà di trovare provider specializzati in servizi di sicurezza gestiti modulati sulle esigenze delle organizzazioni più piccole: disponibilità, che ne eleverebbe l’appeal. Una resistenza che fa il paio con quella di non credere di poter rappresentare un potenziale target di un attacco informatico. E puntellata dalla convinzione di essere trasparenti di fronte a minacce come lo spionaggio industriale o peggio la cyberwar.

Il futuro della Blockchain nelle banche

La blockchain riveste un ruolo sempre più importante nel settore bancario, sia a livello globale che nei singoli Paesi. Si stima che questa tecnologia possa esserein grado di trasformare la value chain dei mercati dei capitali e anche il modo in cui i player scambiano e detengono i titoli.

Una tecnologia che migliora l’efficienza e la velocità di esecuzione dei processi sottostanti, oltre a ridurre i costi e i rischi associati e che sicuramente continuerà a prendere piede.

La diffusione della tecnologia a blocchi è la prova di come le nuove tecnologie stiano cambiando il mondo e le aziende devono necessariamente cogliere l’importanza di certi avanzamenti tecnologici, prevedendo l’impatto che questi avranno sui loro business model.

Come ogni tecnologia in ascesa, quella blockchain deve continuare a svilupparsi, poichè, ad eccezione delle criptovalute, finora il settore finanziario ha utilizzato queste tecnologie in maniera limitata.

Tuttavia, gli investimenti da parte di diversi player istituzionali sono un chiaro segnale di cambiamento nel mondo della finanza. Titoli, azioni e asset scambiati in forma di token potrebbero essere regolati in tempo reale (o quasi). Gli “smart contract” permetteranno di automatizzare alcuni processi e transazioni che dipendono da condizione e specifici eventi prevedibili, come le azioni in ambito corporate.

La blockchain, quindi, non creerà un sistema bancario parallelo ma trasformerà le infrastrutture dei mercati finanziari del futuro.